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pillole di informazione sull'export di ortofrutta, di Thomas Drahorad

L’uva italiana per oltremare: opportunità e problemi

Questa intervista a Thomas Drahorad è stata curata da Teresa Manuzzi e originariamente pubblicata sul numero 2/2019 del periodico “uvadatavola magazine”.

Uva senza semi in vendita nel supermercato Hyper City di Mumbai (India)

1. Considerando che la stagione produttiva dell’uva cinese coincide con quella dei Paesi dell’emisfero Nord, le uve Italiane ed europee potrebbero realmente ambire a conquistare i consumatori cinesi?

Il mercato cinese è tradizionalmente molto orientato alla Red Globe locale, che ha una stagione di commercializzazione molto ampia da maggio a dicembre. Questo è un ostacolo alle uve italiane tradizionali se si inseriscono in questa fascia di mercato standard. Lo spazio per le provenienze europee c’è solo differenziandosi con le uve senza semi oppure studiando le opportunità del segmento premium (ad esempio l’uva Italia extra sia come qualità che come presentazione, visto il forte apprezzamento del consumatore cinese per le uva con la pruina).

2. Il prodotto italiano in Cina sarebbe destinato ad un consumatore di fascia medio alta, Quanto sono disposti a pagare in Cina per un kg di uva, a quanto si venderebbe il prodotto italiano?

I prezzi in Cina sono molto variabili a seconda delle situazioni di mercato: il 95% dell’uva è tuttora venduta sui mercati all’ingrosso. L’importazione viene effettuata principalmente sui due mercati di Shanghai e Shenzhen, mentre gli altri mercati stanno iniziando solo adesso a importare direttamente. I prezzi possono essere anche superiori a € 3/kg per il prodotto migliore o per periodi di scarsa offerta. Ma possono anche calare drasticamente in caso di eccedenza di offerta.

3. Attualmente Quali sono i mercati più interessanti dal punto di vista commerciale per l’uva da tavola?

I due mercati asiatici principali (Cina e India) assommano da soli a oltre un terzo degli abitanti di tutto il mondo. Sono paesi che sono già abituati a importare uva e basterebbe focalizzare gli sforzi commerciali su operatori seri in questi due paesi per sviluppare partnership di alto profilo commerciale. Basta guardare quanto hanno fatto i produttori USA di mele in India, che in dieci anni hanno costruito il quinto mercato per le mele americane.

4. L’Africa e i Paesi subsahariani potranno rappresentare nel medio periodo un ulteriore sbocco commerciale per le uve italiane?

I paesi del Nord Africa stanno soffrendo di un clima di forte incertezza politica ed economica e hanno perso gran parte del potenziale che stavano esprimendo fino a pochi anni fa (in particolare Egitto e Libia), anzi si stanno rafforzando come nostri concorrenti in Europa (Tunisia ed Egitto). Per quanto riguarda l’Africa subsahariana la nostra esperienza è positiva e l’uva italiana è conosciuta ed apprezzata. Sono mercati interessati principalmente a Red Globe di buon calibro in 4.5kg per i mercati e a quantità crescenti di uve senza semi (quasi esclusivamente Crimson) in cestini da 500g per i supermercati che servono i segmenti dei consumatori più ricchi.

5. Esportare sì, ma cosa? Quali sono le caratteristiche maggiormente apprezzate dai consumatori asiatici? E per quelli africani è possibile fare una valutazione? (acidità/gradi brix/colore/ buccia ecc)

Le valutazioni devono essere fatte sui singoli mercati e tenendo presente che le percezioni possono essere molto differenti. Può variare il peso dei parametri qualitativi nella valutazione complessiva del prodotto (su certi mercati è più importante il gusto, in altri il calibro, in altri la pulizia dell’acino) e può variare anche la valutazione che ogni mercato esprime sui singoli parametri (ad esempio una Red Globe di colore rosato che a noi sembra troppo chiara è ideale per l’India; oppure da un recente panel test è risultato che una Sugraone che un cliente inglese non apprezza particolarmente è stata preferita rispetto alla Thompson dai compratori cinesi).

Uva Thompson in vendita nel supermercato Hyper City di Mumbai (India)

6. Quanti giorni servono al prodotto italiano per raggiungere i mercati più interessanti nel Mondo?

I tempi di transito via mare variano da 7-10 giorni dell’Arabia Saudita fino ai 35 giorni dei mercati dell’Estremo Oriente. A questo occorre aggiungere i tempi tecnici prima dell’imbarco (almeno 3 giorni tra raccolta, lavorazione, prerefrigerazione e trasporto nazionale) e il periodo che intercorre tra lo sbarco del container e lo scarico della merce (ad esempio in Brasile è necessario prevedere da 15 a 20 giorni dopo l’arrivo al porto di destinazione prima che la merce possa venire effettivamente scaricata e consegnata al cliente).

7. Parlando concretamente quali sono gli strumenti e le tecnologie necessarie per permettere al prodotto di sopportare un viaggio di 40 giorni?

In due parole il prodotto deve essere sano e freddo. Non si può pensare di spedire prodotto sul quale ci sono già in partenza dubbi sulla qualità, in particolare per quanto riguarda i difetti progressivi come la botrytis. In un certo senso i due fattori sono collegati: una perfetta gestione della catena del freddo, unita ad imballaggi adeguati (con emissione di SO2) ha un effetto di contenimento dei rischi di botrytis. Sulla temperatura non ci possono essere compromessi: la merce deve essere imbarcata e deve viaggiare alla temperatura di -0.5° C.

8. Quali sono i passaggi necessari per permettere l’export dell’uva da tavola italiana in Cina o in Africa? Chi sono gli attori chiamati in causa per sottoscrivere gli accordi bilaterali (Governo,ministero, regione, OP)?

La maggior parte dei paesi dell’Africa subsahariana non necessita di protocolli bilaterali per l’esportazione. Fa eccezione il Sudafrica per il quale attualmente non è stato concordato un protocollo e l’Italia non può esportare. Altri mercati richiedono particolari procedure, ispezioni, certificazioni, sistemi di tracciabilità documentale che però sono attivabili anche dal singolo operatore e non necessitano di un intervento istituzionale.

Per quanto riguarda la Cina tutti i maggiori paesi mondiali produttori ed esportatori di uva hanno già sottoscritto accordi di accesso al mercato: nell’emisfero nord Stati Uniti, Spagna, India, Egitto e nell’emisfero sud Australia, Cile, Sud Africa, Argentina, Perù. Non hanno accesso al mercato cinese oltre all’Italia solo Turchia (che produce quasi esclusivamente Sultana), Brasile (che ha poco interesse data l’eccessiva distanza) e Grecia.

9. Cosa possiamo imparare dai nostri competitors internazionali per rendere più florida l’industria italiana dell’uva da tavola?

L’Italia sta andando nella direzione giusta da quando ha iniziato a concentrarsi sugli elementi più qualificanti: l’innovazione varietale, la presenza di operatori commerciali e produttori con masse rilevanti di prodotto, la rafforzata presenza dei breeders internazionali, la nascita dei programmi italiani di sviluppo varietale, l’ampliamento del calendario commerciale e delle zone di produzione. Tuttavia è ancora troppo debole il focus strategico sui mercati oltremare che rappresentano solo l’1% dell’export italiano di uva da tavola.

10. Qualora gli accordi commerciali con l’estremo oriente andassero a buon fine, le aziende di esportazione italiane, abituate ad “esportare” su mercati a uno-due giorni, sarebbero capaci di esportare uva verso queste destinazioni?

Concretamente abbiamo già collaborato con vari esportatori italiani sviluppando le necessarie competenze tecniche per affrontare con successo i mercati più lontani. È un approccio che coinvolge un ampio spettro di fattori tra cui gli aspetti produttivi, gli imballaggi, le tecniche e le tecnologie di refrigerazione, le procedure di assicurazione e controllo qualità, la logistica.

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Questa voce è stata pubblicata il 20 maggio 2019 da in Consumi, Logistica, Paesi, Prodotti.

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